RIFUGIO

Non tutti i luoghi chiamati “rifugio” lo sono davvero. In alcuni, si è più esposti che protetti. Il linguaggio conserva il nome, ma il gesto che un tempo lo fondava si è perduto. Questa distanza tra la parola e la cosa diventa il punto di partenza.
“Rifugio” deriva dal latino refugium, da re- (ritorno) e fugere (fuggire). Non indica semplicemente un luogo verso cui ci si dirige, ma un movimento che si arresta: la fine della fuga, il ritrarsi dell’essere.
In greco antico, la parola corrispondente è kataphygé, da kata- (verso il basso, profondamente) e phygé (fuga): una discesa nella fuga, un moto che si lascia cadere, che si affida a qualcosa che protegge.
In tedesco compaiono due termini affiancati: Zuflucht, una fuga verso qualcosa, e Refugium, parola più filosofica e intima — un luogo di ritiro e contemplazione. In italiano abbiamo conservato solo rifugio, mentre refugium sopravvive come traccia letteraria o spirituale.
I rifugi che costruisco in questa serie sono piccole strutture effimere, realizzate con materiali umili, trovati, recuperati. Sono modelli, ma non in senso architettonico. Sono tentativi di un gesto, tracce di un atto: quello del ritirarsi, del cercare protezione, del cercare un luogo in cui la fuga possa finalmente fermarsi.
Non sono case.
Non sono templi.
Sono tentativi.
Ogni rifugio è anche una domanda: esiste ancora, oggi, uno spazio in cui sia davvero possibile trovare rifugio?
















